Sanderson: Tolkien? Non passiamo l’eternità nella sua ombra

Brandon SandersonSarà lo scrittore Brandon Sanderson il titolare della Tolkien lecture sulla letteratura fantasy del 2026, che si terrà martedì 19 maggio alle 18:00 presso l’Oxford Town Hall di Oxford. Sanderson ha recentemente spiegato di aver esaminato attentamente i film del Signore degli Anelli di Peter Jackson, in particolare le edizioni estese. L’autore, noto soprattutto per la saga di Mistborn, i romanzi delle Cronache della Folgoluce e per aver completato la serie della Ruota del Tempo di Robert Jordan dopo la sua morte, ha avuto un’intuizione semplice ma efficace: quei film, presi insieme, corrispondono più o meno alla lunghezza e alla densità narrativa di un’intera stagione televisiva. Quell’equilibrio tra portata e sobrietà è esattamente ciò di cui le sue Cronache della Folgoluce avrebbero bisogno. Invece di inseguire una traduzione pagina per pagina, Sanderson si concentra sulla comprensione di ciò che il team di Jackson ha scelto di preservare e di ciò che ha avuto il coraggio di tagliare. Questa disciplina editoriale è ciò che ha permesso agli imponenti romanzi di Tolkien di diventare film universalmente amati, anziché adattamenti mastodontici e inaccessibili.

Caccia a Gollum, una nuova trilogia del Signore degli Anelli

The Hunt For GollumLa produzione del prossimo film di Andy Serkis “Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum”, che riunirà la maggior parte del cast originale per questo nuovo capitolo, inizierà a maggio. L’anno scorso, Ian McKellen si è lasciato sfuggire che in realtà il film avrebbe potuto essere diviso in due parti, prima che i produttori facessero marcia indietro qualche giorno dopo, dicendo: “No, no, quello che intendeva dire era che c’è un film completamente separato in lavorazione, che non ha nulla a che fare con ‘Gollum’”. Ora però sembra invece proprio il contrario: non solo i due film saranno legati, ma ce ne potrebbe essere anche un terzo!!!

La Seconda Conferenza Tolkieniana in Svizzera

Sabato 14 marzo 2026 presso l’Università di Zurigo (ma sarà possibile seguirla anche online) si terrà la conferenza “La Leadership nella Terra di Mezzo di Tolkien”, organizzata dalle Università di Zurigo e Losanna e dall’Università Friedrich Schiller di Jena. Tra i relatori ci sarà il socio Aist Claudio Antonio Testi, il cui intervento si intitola Bilbo, Mystical Leader e verrà introdotto da Thomas Honegger.

L’evento è sponsorizzato da:

  • Prof. Dr. Christine Lötscher (Populäre Kulturen, ISEK, Istituto di Antropologia Sociale e Studi Culturali Empirici, Università di Zurigo);
  • Accademia Svizzera di Scienze Umane e Sociali (SAGW), che ha curato il funding;
  • Edizioni Walking Tree Publishers.

In Romagna nasce il Gruppo tolkeniano Valmar

La passione per l’opera di John Ronald Reuel Tolkien accomuna lettori e cinefili di tutto il mondo: proprio da questo interesse comune negli scorsi mesi è nato il gruppo tolkeniano Valmar, con base a Santarcangelo di Romagna (Rimini) ma radici già ben estese in tutta la Valle del Marecchia e nel resto della Romagna.
Il gruppo ha esordito con un’iniziativa a porte chiuse lo scorso autunno: il 15 ottobre 2025, infatti, al Centro giovani Labo380 di Santarcangelo si è svolta la proiezione del film animato Il Signore degli Anelli di Ralph Bakshi (1978), che ha dato ai fondatori Alessandro Astolfi, Gioacchino Galassi, Luca Rasponi e Patrick Francesco Wild l’occasione di presentare il gruppo e accogliere nuovi associati.
Dopo aver scelto insieme il proprio nome, che unisce idealmente Valinor e la Valmarecchia, il gruppo organizza la prima iniziativa pubblica con cui presentarsi alla collettività: l’incontro con Wu Ming 4 dal titolo “Tolkien: necessità e critica della guerra”, in programma domenica 15 marzo 2026 sempre a Santarcangelo di Romagna.

Michael D.C. Drout, The Tower and the Ruin: la recensione

Michael D.C. Drout non ha certo bisogno di presentazioni: docente presso il Wheaton College di Norton (MA) e direttore del Center for the Study of the Medieval del medesimo istituto, è autore del volume Beowulf and the Critics by J. R. R. Tolkien (2002) e curatore della fondamentale J.R.R. Tolkien Encyclopedia (2007). Il suo volume più recente, The Tower and the Ruin: J.R.R. Tolkien’s Creation (New York, W.W. Norton & Co., 2025), si configura come un contributo critico di notevole rilievo nel panorama degli studi tolkieniani contemporanei. Drout muove dalla constatazione che le opere di J.R.R. Tolkien presentano una natura distinta rispetto a gran parte della produzione letteraria del Novecento, in quanto caratterizzate da una peculiare «experiential quality» (p. 12) che rende la loro fruizione più assimilabile a un’immersione in un universo narrativo coerente e autonomo che non a una lettura tradizionale. Una simile premessa potrebbe, a prima vista, apparire autoreferenziale o persino ingenua. Tuttavia, ciò che risulta interessante – e, nell’economia generale del saggio, vincente – è la modalità con cui l’autore sviluppa tale assunto. Nell’indagare la specifica qualità esperienziale dell’opera tolkieniana, infatti, Drout evita di ricorrere al pur consolidato apparato teorico sollecitato dalla riflessione dello stesso Tolkien — quali le categorie di sub-creazione, mondo secondario e credenza secondaria — preferendo adottare una prospettiva differente che si concentra primariamente sull’atto della lettura e sugli elementi dell’opera che ne fanno un’esperienza al tempo stesso emotiva e intellettuale. In tale contesto, l’autore non esita a integrare nella riflessione anche un filtro personale, richiamando la propria esperienza di incontro con l’opera tolkieniana, che assume così valore non meramente autobiografico, bensì euristico all’interno dell’argomentazione critica.
Nel capitolo iniziale, “Origins”, Drout analizza le primissime prove autoriali di Tolkien mostrando come già in questa fase l’autore non si limiti a riprodurre pedissequamente i propri modelli (quali il Kalevala o Beowulf) ma tenda a operare una vera e propria ricreazione di testualità. L’analisi prende avvio da La caduta di Gondolin (LRP2, 1916), un racconto che, sulla scorta dell’autorità di Humphrey Carpenter, è considerato come l’inizio della mitologia tolkieniana. Drout si mostra subito poco propenso a adottare questo “lessico delle origini” e rifiuta di considerare il racconto esclusivamente come testo fondativo, preferendo rintracciarne la genesi nelle poesie giovanili di Tolkien, tra le quali spicca “Il Viaggio di Éarendel, la Stella della Sera” (LRP2 e Collected Poems, n. 16, 1914), assunta dall’autore come nodo intertestuale complesso: se da un lato essa richiama, com’è noto, il poema liturgico anglosassone Crist I (ai cui vv. 105-109 si ritrova la celebre frase «Ēala ēarendel engla beorhtast / ofer middangeard monnum sended»), dall’altro presenta forti affinità metriche con “Arethusa” di Percy B. Shelley e suggestioni figurative desumibili da Beowulf («ofer yða ful [sulla coppa dei flutti]», v. 1208b). L’argomentazione di Drout si estende a una più ampia problematizzazione delle fonti tolkieniane, mostrando come esse stesse siano il risultato di processi di adattamento creativo di tradizioni precedenti. L’espressione «Ēala ēarendel» del Crist I, ad esempio, costituisce a sua volta la traduzione dell’«O oriens» della quinta antifona d’Avvento; il traduttore anglosassone, tuttavia, attribuisce al termine un inedito valore cosmologico, identificando ēarendel con il pianeta Venere. Un’operazione analoga, consapevole o meno, è compiuta da Tolkien nel rielaborare il testo di partenza: un procedimento che Drout definisce efficacemente come «inventive synthesis» (p. 24), sottolineando che «the origin of Tolkien’s Legendarium is not any individual source or inspiration in and of itself», bensì l’atto creativo di connettere immagini, parole e idee in una nuova configurazione narrativa. La letteratura appare così come una mise en abîme intertestuale, priva di un’origine assoluta ma nondimeno segnata dall’integrità dell’intervento autoriale.
In tale contesto si inserisce la nozione di “textual ruin” (p. 25), ovvero di un testo che appare come frammento sopravvissuto di una tradizione più ampia: «a mixture of the completely obscure and the partially understandable» (p. 49). L’autore affronta così la questione della “mitologia per l’Inghilterra”, un concetto che trarrebbe origine più dalla biografia di Carpenter che non dalle dichiarazioni esplicite dello stesso Tolkien il quale, piuttosto, mirava a creare «works of literary art in contemporary forms in Modern English that would produce in their readers some of the same effects that the works of medieval literature produced in contemporary readers who read them in their original languages» (p. 29). A dispetto dell’immagine oleografica di Tolkien che compone La caduta di Gondolin nella solitudine di un ospedale da campo, Drout mostra efficacemente come il testo sia il frutto di una fitta rielaborazione di fonti, tra cui il romanzo Eric Brighteyes (1891) di H. Rider Haggard – in particolare nell’uso dell’historical present tense. L’influenza dello scrittore vittoriano viene interpretata da Drout come esempio in parte negativo, ma comunque decisivo nell’apprendimento di tecniche narrative moderne applicabili a materiali medievali.
Il secondo capitolo, “Frames”, approfondisce la funzione delle cornici narrative nel Legendarium, attraverso le quali Tolkien sviluppa strategie volte a simulare processi di trasmissione diacronica. Drout osserva che i narratori del Libro dei racconti perduti  posseggono ciascuno una propria prospettiva ben precisa, poiché «some witnessed the events they related; others had connections to the characters in the tales» (p. 58). Dopo i tentativi incompiuti della Strada perduta e di The Notion Club Papers – che costituiscono comunque snodi fondamentali nello sviluppo delle strategie narrative di Tolkien –, lo scrittore giunge alla conclusione che una cornice narrativa “sottile” risulti più efficace di una esplicita: nello Hobbit, infatti, il “narratore invadente” crea un effetto di oralità «quite emotionally convincing» (p. 72), mentre nel Signore degli Anelli la cornice del Libro Rosso giustifica l’eterogeneità stilistica e suggerisce una complessa stratificazione testuale. Il fatto che il discorso di compleanno di Bilbo sia riportato in corsivo ne costituisce una prova significativa: «the italicization of Bilbo’s birthday speech […] is meant to also be an originally separate text inserted into the main body of the narrative» (p. 81).
Il terzo capitolo, “Texts”, introduce il concetto di “eterotestualità”. Pur riconoscendo la multivocalità del romanzo, Drout sostiene che Tolkien non adotti una semplice eteroglossia modernista ma dissimuli la pluralità delle voci «behind the conceit of a translation preceded by a long transmission-history and a complex composition process» (p. 93). Di conseguenza, se la letteratura modernista privilegia la variazione stilistica, Tolkien opta per uno stile «generally consistent at the surface level, with no obvious stylistic markers for each implied narrator» (Ibid.). In ogni caso, «not only does each character have a different and distinct “mode of speech,” but the chapter includes multiple texts and references still others» (p. 87). In capitoli quali “Il Consiglio di Elrond” emergono testi inseriti, lacune dichiarate e rimandi a libri di sapienza che producono un’impressione di profondità. L’effetto di realtà deriva dalla simulazione di una tradizione manoscritta complessa che, a ben vedere, cela veri e propri esempi di intertestualità interna, riferendosi al vasto corpus di scritture e riscritture iniziato da Tolkien durante la Grande Guerra. La questione assume una diversa prospettiva per Il Silmarillion, in cui l’effetto di eterotestualità appare tutt’al più suggerito attraverso frequenti esempi di linguaggio poeticamente marcato (comprendente, tra l’altro, anafore, allitterazioni, rime, polisindeti, paratassi e ripetizioni); esempi che la fictio letteraria messa in atto da Tolkien presuppone quali interpolazioni di materiale poetico eterogeneo all’interno del testo in prosa. In modo indiretto, dunque, l’opera evidenzia un processo di trascrizione, revisione, ricopiatura e trasferimento tra generi differenti – ad esempio dalla prosa narrativa alla prosa in versi, da quella annalistica nuovamente a quella narrativa –: tale dinamica contribuisce a configurare Il Silmarillion come il risultato di una tradizione testuale stratificata.
Nel quarto capitolo, “Patterns”, Drout analizza come l’architettura ed il ritmo della narrazione, insieme all’uso della focalizzazione, contribuiscano al senso di “esperienzialità” dello Hobbit e del Signore degli Anelli. Secondo l’autore, nei romanzi tolkieniani coesistono struttura ciclica e lineare, secondo una tecnica di «interlace» (p. 127) di ascendenza medievale. Quasi a complemento della teoria dei modi di Northrop Frye applicata da Shippey ai romanzi di Tolkien, Drout applica (felicemente) la teoria del regime epistemico per esaminare la distribuzione della conoscenza tra autore, personaggi e lettori: la focalizzazione dello scrittore sui personaggi meno informati – spesso hobbit – genera un regime anti-ironico, allineando conoscenza del lettore e dei protagonisti. Tale scelta favorisce l’immersione nel Mondo Secondario e riduce la distanza ironica tipica del romanzo moderno.
Il quinto capitolo, “Emotions”, si concentra in particolare sull’Heimweh, il sentimento di nostalgia e perdita che attraversa l’intero Legendarium: non si tratta di un tema accessorio ma di una condizione esistenziale dei personaggi di Arda, spesso scatenata dall’odio, dalla violenza e dalla guerra. L’eventuale dominio di Sauron produrrebbe «universal heimweh» (p. 185), poiché distruggerebbe la terra stessa come dimora comune. Questo sentimento, pur contrastando in apparenza con il climax gioioso della sconfitta di Sauron, si integra perfettamente nel finale malinconico dell’opera. L’aspetto più triste del Signore degli Anelli è, infatti, la sofferenza di Frodo anche dopo il suo ritorno a casa nella Contea: pur trovandosi a casa, l’antica ferita continua a tormentarlo. Egli, dunque, «is in effect in permanent exile, and one that may be even more painful because he is in the physical location that used to be his home» (p. 187).
Il sesto capitolo, “Threads”, affronta temi strutturalmente secondari ma decisivi, quali la “gerarchizzazione razziale” elfica e la dialettica tra “mondo epico” e “mondo borghese” nello Hobbit. Nel Silmarillion, «the elves who made the journey are in some existential way superior to those who were unwilling, and those who saw the light of the Two Trees outrank those who did not. Additionally, among the “Elves of Light,” the Vanyar outrank the Noldor, who outrank the Teleri» (p. 193). Ciò determina una “gerarchia razziale” e un conseguente concetto di nobiltà che non sono mai problematizzati all’interno dell’opera ma generano nondimeno conflitti. Secondo Drout, infatti, «the hierarchical natures of the peoples and cultures of Middle-earth are essential motive forces in the narratives» (p. 194). Il “razzismo elfico” è esaminato, ad esempio, nella rivalità tra Fëanor e i fratellastri Fingolfin e Finarfin (attraverso la quale si intuisce un’opposizione tra Vanyar e Noldor) ma anche nei rapporti tra gli Elfi e gli Uomini, sui quali Drout osserva in modo convincente: «in the three Great Tales […] the derision of an elf for a man, based entirely on the presumed inferiority of men, contributes significantly to the eventual tragedy» (p. 204). Nel Signore degli Anelli, invece, Drout non individua forme di discriminazione attiva sulla base della “razza”, né riscontra un maltrattamento di gruppi ritenuti “inferiori” da parte dei Noldor rimasti nella Terra di Mezzo. Ne evince che «in the Third Age elvish racism is not a significant factor in the plot dynamics except, perhaps, in the way that the Elvish racial hierarchy is echoed in the views of the Men of Gondor with regard to the kindreds or races of men» (p. 210 ss.). Al posto di una gerarchia elfica, si delinea progressivamente una suddivisione tra gli Uomini – «Uomini in Alti, o Uomini dell’Ovest, cioè i Númenóreani; Mediani, Uomini del Crepuscolo, vale a dire i Rohirrim e quelli della loro stirpe che vivono tuttora nel lontano Nord; e Selvaggi, gli Uomini delle Tenebre» (SdA IV, v, p. 719) – la quale, in ogni caso, «does not seem to have the same pernicious effects as the elf-focused racial hierarchy of the First Age» (p. 211). Per quanto riguarda Lo Hobbit, Drout affronta – seppur, occorre dire, in modo meno approfondito e definitivo rispetto alla sezione precedente – la dialettica tra “mondo borghese” e “mondo eroico”, che coesistono innanzitutto nel “lato Baggins” e nel “lato Took” di Bilbo, e si manifestano inoltre nella contrapposizione tra il Regno sotto la Montagna e il sistema burocratico e mercantile di Dale. «Tolkien puts the epic and the bourgeois in dialogue, but unlike his predecessors (and most of his successors) he does not artificially resolve the issue by placing his thumb on the scale and asserting the overall superiority of one or the other. There is actually a kind of synthesis out of the two conflicting theses, but it is a subtle one that allows both thesis and antithesis to persist in mostly their own forms» (p. 228).
Nel settimo capitolo, “Tapestry”, Drout mostra come l’intreccio di temi renda Il Signore degli Anelli suscettibile di interpretazioni ideologiche divergenti. Non sorprende, perciò, che il romanzo sia stato letto come opera su «Christian faith, environmental awareness, world-building, power, good and evil, forgiveness, war, politics […] and immortality» (p. 234). Drout affronta nuovamente il tema della “gerarchizzazione razziale”. Sebbene, come precedentemente osservato, essa non rivesta un ruolo predominante nel Signore degli Anelli rispetto al Silmarillion, le sue implicazioni possono essere avvertite anche nel romanzo del 1954. Qui, la supremazia degli Elfi non viene mai messa in discussione né sovvertita; piuttosto, poiché la loro presenza nella Terra di Mezzo risulta sensibilmente ridotta, la gerarchizzazione si orienta verso le stirpi degli Uomini ma perde qualsiasi connotazione specificamente “razziale”: «The major differences between the men of Gondor and their friends and allies in Rohan, those “Men of the Twilight,” are cultural […], and perhaps this is the reason that the racial hierarchy does not seem to create the injustice, strife, and resentment that is elsewhere its primary product» (p. 243). Un ampio confronto tra Gondor e Rohan illustra le principali differenze tra le due società: la prima è colta, letterata, sofisticata e presenta una rigida struttura gerarchica nella quale gli uomini tendono a sottostare agli ordini anche quando questi non risultano immediatamente comprensibili o appaiono irrazionali (come nel caso di Faramir che compie l’insensato attacco contro Osgiliath ordinato da Denethor). Al contrario, la società di Rohan, maggiormente fondata sui rapporti personali, sull’onore e sul valore militare, attribuisce valore all’iniziativa individuale e al giudizio personale; i suoi membri possono disobbedire agli ordini se li reputano inappropriati e si assumono la responsabilità delle proprie decisioni qualora risultino errate. Drout, inoltre, osserva che i Rohirrim manifestano una minore preoccupazione nei confronti della morte rispetto agli uomini di Gondor: persino nelle situazioni di (apparente) disfatta – la battaglia al Fosso di Helm e soprattutto i Campi del Pelennor – personaggi come Théoden, Éomer ed Éowyn accettano il sacrificio estremo, tutt’al più sperando di essere degni di canti: «Such a culturally consistent desire implies an existential order in which the memorialization of fame is far less important than its having being earned» (p. 251). Quanto a Denethor, secondo Gandalf «il caso vuole che il sangue dell’Occidenza scorra quasi puro in lui» (SdA V, i, p. 806): Drout suggerisce che la reazione autodistruttiva del Castaldo alle condizioni apparentemente disperate della guerra sia non solo il frutto della sua personalità ma anche manifestazione di «a flaw in the Númenórean psyche» (p. 257). La medesima capacità intellettuale e inclinazione all’introspezione e autoconsapevolezza riscontrabile in Aragorn o Faramir – e quasi del tutto assente nei Rohirrim – si manifesta in Denethor sotto aspetti oscuri: egoismo, avidità e desiderio di potere. La caduta del Castaldo, secondo l’autore, non rappresenta però l’esito inevitabile della sua eredità o della sua cultura di appartenenza; emerge invece dal suo carattere individuale, evidenziato dalle sue scelte sempre più deliranti. Drout, infine, si concentra sugli effetti dell’Anello: le fantasie e le illusioni che esso induce generano visioni centrate sull’ego del possessore, sviluppandone l’egoismo, l’avidità e il desiderio di potere. In questo contesto, l’Anello non riesce a sedurre Sam poiché la fantasia che instilla nella sua mente si rivela sproporzionata rispetto ai suoi modesti desideri; infatti, il giovane hobbit giudica ridicola la visione proposta, aspirando solamente al «piccolo giardino di un giardiniere libero» (SdA VI, i, p. 955). Infine, l’impiego dell’Anello da parte di Frodo negli Emyn Muil, finalizzato a controllare Gollum, risulta giustificato e rappresenta la scelta meno dannosa tra le possibili alternative – quali eliminare Gollum o mettere a rischio la riuscita della missione. Questo effetto combinato trasmette al lettore la netta convinzione che Frodo, pur avendo ricevuto numerosi avvertimenti dai suoi consiglieri e dal proprio intuito, sia costretto ad utilizzare l’Anello per dominare Gollum ma ne paghi lo scotto in termini di salvaguardia della propria persona. Ciò porta Drout a isolare «a very important subtheme of The Lord of the Rings is the idea that morally incorrect actions always exact a price» (p. 290).
Nel complesso, The Tower and the Ruin ha l’indubbio pregio di presentare efficacemente l’opera tolkieniana come una struttura articolata di rovine testuali, cornici narrative, stratificazioni linguistiche, forme e tensioni tematiche che, anche quando non dichiarate esplicitamente, contribuiscono in modo significativo a costruire un universo narrativo coerente, attendibile e “vero”. La “qualità esperienziale” – inizialmente suscettibile di dubbio da parte del lettore – viene progressivamente delineata nell’argomentazione dell’autore come il frutto di strategie consapevoli, finalizzate a generare profondità storica, coerenza culturale e risonanza emotiva; questi elementi conferiscono al Legendarium una qualità di verità percepita che rappresenta il fulcro della sua duratura rilevanza critica e culturale. Drout propone dunque una lettura interpretativa rigorosa, innovativa e stratificata, che supera la mera individuazione di fonti e influenze, offrendo invece una visione critica capace di integrare filologia, teoria letteraria e ricezione emotiva in un quadro interpretativo unitario.
Eventuali critiche non si rivolgono tanto all’autore quanto ad alcuni recensori che hanno sottolineato negativamente l’impiego di terminologia tecnica e la densità dell’argomentazione, considerandole difficili. È opportuno ricordare, in proposito, che la critica letteraria costituisce una disciplina scientifica dotata di un proprio lessico specialistico; non vi è ragione per cui uno studioso, anche trattando autori “popolari” come Tolkien, debba evitarne l’uso. Analogamente, le osservazioni relative alla minore attenzione concessa da Drout ai contesti biografici o storici risultano infondate: la critica letteraria deve focalizzarsi sull’opera, non sull’autore.
Complessivamente, Drout apporta un contributo rilevante agli studi tolkieniani: il volume offre strumenti analitici utili a comprendere perché il Legendarium di Tolkien evochi una peculiare «sensazione di antico» e come tale effetto sia da attribuirsi a precise scelte creative. Alla luce delle evidenze critiche, The Tower and the Ruin possiede le caratteristiche per assumere il ruolo di testo di riferimento nella critica letteraria tolkieniana, pur richiedendo al lettore interessato un considerevole impegno per cogliere tutte le articolazioni metodologiche.

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A Perugia il ‘Cammino Fantasy’ del Grigio Viandante

Domenica 22 marzo 2026, pochi giorni prima della celebrazione del Tolkien Reading Day, il negozio ‘Il Grigio Viandante’, situato in Via dei Priori 30 a Perugia, festeggia il suo terzo anniversario in un modo tutt’altro che convenzionale.
Il negozio, specializzato in articoli fantasy e dedicato ai fan del Signore degli Anelli e Harry Potter, non vuole feste tradizionali, torte o candeline: come per ogni vero viandante, questa ricorrenza si trasforma in un invito al movimento, alla scoperta e alla magia.

 

Saggi AIST: Holmes su Tolkien e Dante

I Saggi AIST tornano in questo mese di febbraio con la traduzione di un testo di John R. Holmes. Pubblicato sulla rivista Mythlore (40, 1, 2021) con il titolo “How Tolkien Saved His Neck: A lusinghe Proposition to the Oxford Dante Society”, il saggio ricostruisce e analizza una conferenza inedita, intitolata “Neck Verse”, che J.R.R. Tolkien tenne l’11 novembre 1947 alla Oxford Dante Society. La tesi di Holmes è che il testo di questa conferenza smentisca l’immagine di un Tolkien “antimediterraneo”, esclusivamente interessato alle “cose del Nord”.

Arda Notebooks: l’antologia dei Quaderni di Arda in inglese

Copertina di Arda NotebooksÈ stato pubblicato nella prestigiosa collana Cormarë Series della casa editrice Walking Tree Publishers il volume Arda Notebooks: the Best of I Quaderni di Arda, ovvero l’antologia in inglese di articoli tratti dai primi tre numeri dei Quaderni di Arda: rivista di studi tolkieniani e mondi fantastici. Il volume è stato tradotto da Greta Patriarca e curato da Claudio A. Testi, Roberto Arduini e Wu Ming 4.

Gli altri mondi dell’eroe: Beowulf tra filologia e riscrittura

Fulvio Ferrari è professore di filologia germanica all’università di Trento, oggi in pensione, nonché traduttore dalle lingue scandinave e dal nederlandese per la casa editrice Iperborea. È anche socio Aist della prima ora, ha organizzato tre convegni accademici su Tolkien in collaborazione con la nostra associazione ed è contributore nonché membro del comitato scientifico de «I Quaderni di Arda: rivista di studi tolkieniani e mondi fantastici».

Il suo libro – pubblicato nella collana di studi storico-letterari, filologici e culturali “Medievalismi”, diretta dalla prof. Roberta Capelli – intitolato Gli altri mondi dell’eroe: Beowulf e la letteratura fantasy (Edizioni dell’Orso, €25), ha un intero capitolo dedicato a Tolkien, ovvero all’influenza che il poema anglosassone in questione ha esercitato sia sull’attività di studioso sia su quella di narratore del professore di Oxford.

Prima di tutto però il saggio di Ferrari è un’originale ricerca sulla persistenza del Beowulf, il più celebre poema anglosassone, ovvero sulle sue riscritture moderne nella narrativa, nel cinema, nella tv e nel fumetto. È proprio questo lo scopo del saggio: indagare «perché questo testo, appartenente a una cultura così lontana nel tempo, continui a stimolare la lettura e la riscrittura nelle generazioni a noi contemporanee».

Tom Bombadil, storia di un trickster mancato?

Su Tom Bombadil sono state scritte innumerevoli pagine, a dispetto delle dichiarazioni talora sbrigative, talora un po’ enigmatiche che lo stesso autore ha fatto su questo personaggio.

Il carattere bonario ma effervescente e i modi eccentrici di Tom gli hanno attirato una certa simpatia, che personalmente non ho mai condiviso. In questo personaggio ho sempre percepito qualcosa di leggermente irritante, e dunque mi ha fatto sorridere l’aneddoto riportato da Carpenter: pare che la bambola olandese che fornì l’ispirazione per Tom venne ritrovata un giorno nel gabinetto di casa, dove probabilmente l’aveva buttata John, il maggiore dei figli di Tolkien.

Tolkien Reading Day 2026: Unlikely Heroes

Ogni 25 marzo, la comunità dei lettori e degli studiosi dell’opera di J.R.R. Tolkien si riunisce per il Tolkien Reading Day, un appuntamento che quest’anno invita a una riflessione particolarmente interessante anche per il pubblico italiano. Questa ricorrenza, istituita dalla Tolkien Society nel 2003, non è solo un momento di celebrazione per i fan, ma un’occasione per rimettere al centro della discussione l’immaginario del Professore di Oxford e i suoi testi.
La genesi di questa ricorrenza si deve all’intuizione di Sean Kirst, all’epoca giornalista del giornale The Post-Standard di Syracuse, che nel Gennaio 2002 propose alla società tolkieniana inglese di istituire una giornata di lettura condivisa. Kirst, ispirato dalla tradizione del Bloomsday joyciano, scelse la data del 25 marzo in quanto, nel cronotropo della Terra di Mezzo, questo giorno segna la fine del potere di Sauron con la distruzione dell’Unico Anello. È il momento in cui la storia muta direzione non per l’intervento dei potenti, ma attraverso un’insperata convergenza di azioni di gente piccola ed umile.
In questa occasione la comunità di lettori si raduna nelle biblioteche, nei circoli letterari e negli spazi digitali per dar vita a un coro polifonico nel quale le pagine del Legendarium tornano a vibrare. Per il 2026 il tema Unlikely Heroes (Eroi Improbabili) ci invita a decostruire l’archetipo nordico e classico del guerriero per riscoprire i personaggi che, privi di eroismo bellico, hanno sostenuto il peso del mondo con la forza del loro coraggio e della loro speranza.

Tolkien e l’ambiente: una conferenza a Verona

Lunedì 16 febbraio, alle ore 17:30, presso la Sala Montanari della Società Letteraria di Verona, l’AIST patrocina e anima una conferenza dal titolo Ent, Elfi e Hobbit: la visione dell’ambiente nell’opera di J.R.R. Tolkien.

Si tratta evidentemente di uno dei temi più “caldi” connessi alla narrativa tolkieniana, la cui riscoperta prosegue inevitabilmente mano a mano che la crisi climatica e ambientale avanza inesorabile nel pianeta. Una riscoperta che oggi non avviene nella chiave di lettura hippie degli anni Sessanta o New Age degli anni Settanta-Ottanta, quanto piuttosto in quella cataclismatica imposta dalle circostanze storiche attuali. Frane, alluvioni, innalzamento dei mari, inquinamento, smog, siccità, ecc. condizionano sempre di più le nostre vite e la nostra percezione del mondo circostante. Come sempre accade, si finisce per cercare nei classici della letteratura i temi che ci incalzano da vicino.

In questo senso Tolkien è una risorsa letteraria interessantissima, perché, lungi dal fornire risposte preconfezionate o idealistiche, mette in scena una visione ambientale articolata, complessa e problematica, dai risvolti filosofici ed etici. Al tempo stesso non ci sono dubbi che dalla sua opera si alzi un grido di rabbia e disperazione per l’abbattimento dei boschi e la distruzione del paesaggio e una critica feroce all’industrialismo e alla civiltà dell’automobile. A questo proposito torna utile la considerazione che faceva un grande storico inglese del secolo scorso a proposito della storia, e che si adatta facilmente alla letteratura:

«La narrazione storica, la linea generale dei fatti, è un dato di fatto. Per quanto ci applichiamo a elaborare le testimonianze di cui disponiamo, non riusciremo a cambiare i fatti essenziali della storia. Ma quella che può variare è l’interpretazione, che dipende dalle nostre prese di posizione, dalla nostra vita nel presente. Una reinterpretazione non è dunque solo possibile, ma anche necessaria» (Christopher Hill, Il mondo alla rovescia, 1971).

Forse, anziché ricorrere sempre alla solita citazione tolkieniana sulla distinzione tra “allegoria” e “applicabilità”, bisognerebbe avere il coraggio di dire che la letteratura serve a qualcosa nella nostra vita, in primis perché il linguaggio, e conseguentemente la narrativa, sono essi stessi una forma di vita e ogni “subcreazione” è, prima di tutto, un commentario al mondo reale. Tanto più lo è l’opera di Tolkien, dove certe tematiche ambientali sono ricorrenti e per certi versi anche centrali.

Le Due Torri – Trick-Taking Game, la recensione

Two Towers TTGC’è qualcosa di inesauribile nella Terra di Mezzo. Come una “seconda colazione” a cui non si può proprio rinunciare, il mondo di J.R.R. Tolkien continua a chiamarci, non per abitudine, ma per quel profondo desiderio umano di vivere avventure che abbiano un significato. Dopo il debutto di successo della Compagnia dell’Anello: Trick-Taking Game, il game designer Bryan Bornmueller torna a sfidare il destino con un seguito stand-alone: Le Due Torri: Trick-Taking Game. Se pensavate che un gioco di “prese” (trick-taking, come Briscola o Tressette!) non potesse contenere l’epicità di un inseguimento tra gli orchi o la solitudine di Mordor, preparatevi a ricredervi.

Malta, ad aprile l’università parla di Tolkien

Nel panorama accademico contemporaneo, l’opera di Tolkien ha ormai oltrepassato i confini della narrativa di genere per assurgere a un campo di studio interdisciplinare prolifico. Se in Italia l’apertura delle università alla narrativa tolkieniana è ancora un processo in fieri che si sta concretizzando anche grazie a progetti come quello legato alla pubblicazione del nuovo numero de I Quaderni di Arda (rivista di studi tolkieniani realizzata dall’Associazione Italiana Studi Tolkieniani ed edita in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina), all’estero invece il quadro è decisamente più maturo. Un valido esempio di questa apertura alla riflessione sulla narrativa tolkieniana è la Tolkien Round-Table concepita dall’Università di Malta nelle giornate del 24 e 25 Aprile 2026.

A Ranger’s Journey, un nuovo fan-film

Nelle foreste selvagge di Gondor, due Ranger, il veterano Halbarad e la giovane recluta Calahan, si imbattono nelle tracce di una persona in fuga. Quella che appare come una normale ricognizione  si tramuta ben presto in uno scontro all’ultimo sangue: i due scoprono infatti una guerriera elfica, ferita e braccata da un manipolo di spietati Uomini del Nord. La missione di pattugliamento dei confini diventa così una disperata lotta per la sopravvivenza. Gli inseguitori hanno infranto l’antica alleanza con Gondor e, mossi da un oscuro proposito, sono pronti a sfidare i Ranger pur di catturare la loro preda. Tra dovere e sacrificio, Halbarad e Calahan dovranno sguainare le lame per difendere l’Elfa e onorare il loro giuramento.

Questa a grandi linee è la trama del nuovo fan-film ambientato nel mondo della Terra di Mezzo e reso disponibile su YouTube lo scorso 25 gennaio.

La Compagnia del Sottosopra: Tolkien e Stranger Things

(Avvertenza: questo articolo contiene rilevanti SPOILER)

L'Abisso (da Stranger Things)Lascio a chi è più bravo di me il compito di individuare tutti i riferimenti tolkieniani nascosti nella monumentale serie dei fratelli Duffer, Stranger Things, che nel corso di cinque stagioni si è meritatamente ritagliata un posto d’onore nella cultura televisiva e pop del nuovo millennio. Dalla parola d’ordine “Radagast” che garantisce l’accesso al covo di Will alla citazione di “Mellon”, solo per menzionarne due, le easter egg tolkieniane sicuramente abbondano, ed è altrettanto facile trovare generiche similitudini tra i due universi narrativi: la compagnia di eroi diversi fra loro ma uniti contro il Male, la labirintica (stile Moria) struttura di molte ambientazioni, e così via.
Fresca di visione del finale della serie e impressionata – positivamente – da ciò che ho visto, io vorrei tuttavia concentrarmi sull’ultima puntata, in cui molti misteri trovano spiegazione, e passare a un livello ulteriore di riflessione dove le analogie incominciano a risuonare in modo più profondo.

La trilogia torna al cinema e incassa 11 milioni di dollari

Pubblico al cinemaMentre gli appassionati lettori del Signore degli Anelli attendono il prossimo capitolo della saga, The Hunt for Gollum (Caccia a Gollum), diretto da Andy Serkis, atteso nel dicembre 2027, molti di loro (negli USA e nei Paesi anglosassoni) sono tornati al cinema questo fine settimana per vedere i film di Peter Jackson del 2001 in occasione del 25° anniversario del Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri del 2002 e Il Ritorno del Re del 2003. E la grande sorpresa è che, a distanza di 25 anni, i film hanno avuto ancora molto successo.

Lotro, in un video il viaggio dalla Contea a Monte Fato

Lotro-stroll-to-mordor«È un affare pericoloso, Frodo, uscire dalla porta di casa. Ti immetti sulla strada e, se non badi a dove metti i piedi, non si sa dove potresti essere trascinato». Mai citazione di Bilbo Baggins fu più azzeccata per descrivere l’impresa di Emulated Vintage Gaming (EVG), uno youtuber inglese che ha trasformato il mondo digitale di The Lord of the Rings online (LOTRO) nel teatro di un pellegrinaggio senza precedenti. Mentre l’industria cinematografica si prepara a nuovi blockbuster, la community degli appassionati ha appena ricevuto un dono inaspettato: un video di 10 ore che ripercorre, passo dopo passo e in tempo reale, l’intero viaggio di Frodo Baggins da Casa Baggins fino alle fiamme del Monte Fato.

Saggi AIST: Flieger su Earendel e Tinúviel

Copertina Saggi AISTTorniamo in questo mese di gennaio con un ulteriore Saggio AIST di Verlyn Flieger. Pubblicato sulla rivista Mythlore Volume 40, 2 #7, Spring/Summer 2022 con il titolo A Lost Tale, A Found Influence: Earendel and Tinúviel, il saggio si focalizza stavolta sul “mistero” del “Grande racconto di Earendel” e sul “Racconto di Tinúviel”, prima versione del “Grande racconto di Beren e Lúthien” nella quale Beren era un Elfo e Lúthien ancora non esisteva, essendo allora chiamata Tinúviel, nome che in seguito si sarebbe trasformato in un epiteto amoroso coniato per lei da Beren.

The Hunt for Gollum, Serkis: «A maggio le riprese»

Cover Empire reunionLa Warner Bros. ha fissato la data che gli appassionati lettori devono segnare in rosso sul calendario: il 17 dicembre 2027. Quel giorno uscirà nelle sale The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum, (Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum) il primo film dal vivo al cinema ambientato nella Terra di Mezzo dopo oltre un decennio. Il progetto non è solo un nuovo film, ma un vero e proprio “ritorno a casa”. Alla regia e nel ruolo di protagonista troveremo infatti Andy Serkis, l’uomo che ha dato anima e corpo a Gollum nella trilogia originale e ne Lo Hobbit. Ma non sarà solo: Peter Jackson torna in veste di produttore, affiancato dalle storiche sceneggiatrici Fran Walsh e Philippa Boyens.

Pubblicata la seconda edizione di Santi Pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien

E’ di questi giorni l’uscita della nuova edizione di Santi Pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien, opera scritta dal socio AIST Claudio Antonio Testi. Il libro, che enuclea la famosa tesi di Testi sull’armonia tra paganesimo e cattolicesimo nel Mondo Secondario, rappresenta uno dei volumi fondamentali della produzione di studiosi italiani sull’opera di J.R.R. Tolkien. Siamo di fronte a una delle pietre miliari degli studi tolkieniani del nostro Paese e la nuova edizione sicuramente non mancherà di attirare l’attenzione di chi desideri avvicinarsi al legendarium non solo in termini riconducibili al fandom ma soprattutto per un approccio accademico all’opera di Tolkien.

Questa seconda edizione, anch’essa, come la prima, edita per la collana “Filosofia e Teologia” di ESD (Edizioni Studio Domenicano) non è una semplice ristampa ma una riedizione ampliata e presenta una postfazione ad opera di Tom Shippey (già presente nella prima edizione inglese dell’opera) e una prefazione (anch’essa presente nella prima edizione inglese) composta dalla studiosa tolkieniana di fama internazionale Verlyn Flieger e tradotta dal socio AIST Giampaolo Canzonieri della quale riportiamo di seguito il testo integrale

Le controverse vicende del Signore degli Anelli

Esce domani in libreria J.R.R. Tolkien e Il Signore degli Anelli – le controverse vicende di un autore e di un’opera (Carocci, 16, p. 152), a cura di Arnaldo Marcone, già professore di storia romana all’università di Roma Tre. Si tratta di una raccolta di saggi divulgativi, scritti da «contributori di formazione e di cultura diverse uniti dalla comune ammirazione per lo scrittore inglese e da una intesa personale molto forte» – si legge nella premessa – ovvero «Accademici e liberi studiosi di varie parti del mondo [che] si sono virtualmente riuniti attorno a un tavolo per portare ciascuno un proprio contributo personale su uno scrittore e su una saga letteraria che negli scorsi decenni sono stati analizzati e sviscerati apparentemente in ogni modo possibile e immaginabile ma che, alla fine, riescono sempre e comunque a fornire angolazioni, punti di vista, temi freschi e intriganti».

Se bisogna essere contenti che ormai da una decina d’anni a questa parte gli accademici italiani abbiano deciso di occuparsi finalmente di Tolkien, in quanto classico del Novecento, e che lo facciano all’insegna dell’interdisciplinarità ed eterogeneità nell’approccio, occorre altresì constatare che – con rare eccezioni – a mancare all’appello in Italia sono ancora gli anglisti, gli studiosi di letteratura inglese contemporanea, i folkloristi, i filologi e i linguisti. Non meraviglia quindi che nel volume in questione non ne compaia nemmeno uno. Sia chiaro che non è certo questo il punto debole di una pubblicazione divulgativa come quella in questione, ma casomai il fatto che i saggi contenuti in questo libro non aggiungono effettivamente granché di nuovo o di originale al dibattito italiano su Tolkien, tutt’al più riassumono a grandi linee i termini in cui si è dato finora.

Un nuovo record per il collezionismo tolkieniano

Il mondo del collezionismo tolkieniano ha un nuovo Re. Tra i volumi che trascendono il semplice valore della carta assurgendo allo status di veri e propri totem annoveriamo una copia da record del romanzo più celebre di J.R.R. Tolkien. Lo scorso 15 Dicembre a Dallas, infatti, la raccolta in tre volumi di una prima edizione de Il Signore degli Anelli è stata assegnata per la ragguardevole cifra di 250.000 dollari. Si tratta del primato d’incasso assoluto per un set non autografato dall’autore stesso, che raddoppia il precedente primato di 103.125 dollari risalente al 2021. Quest’assegnazione fa raggiungere alle opere tolkieniane il rango di blue chip dell’investimento collezionistico, rendendole tra gli oggetti più desiderati al mondo non solo per chi si dedica all’accumulo seriale ma anche per chi intende l’esborso di denaro per garantirsi l’opera come una forma di capitalizzazione.

Total War, Dawnless Days e il miracolo del mod

The Dawnless DaysIl Signore degli Anelli non è solo un’opera letteraria o una trilogia cinematografica da 17 Oscar: è un vuoto pneumatico nel cuore del gaming moderno. Dopo l’uscita dell’ultimo titolo di rilievo nel 2017 (Middle-earth: Shadow of War) e la recente chiusura di Monolith Productions da parte di Warner Bros. Games, il destino della Terra di Mezzo digitale sembrava segnato. Ma dove i colossi industriali si sono fermati, è subentrata la passione. Dopo oltre un decennio di sviluppo silenzioso e privo di budget, il 12 dicembre 2025 è stato rilasciato Dawnless Days 1.0, la modifica più ambiziosa mai creata per la serie Total War.

Tolkien Studies, David Bratman lascia dopo 13 anni

Cop-Tolkien Studies 2Un altro storico pilastro della critica accademica tolkieniana ha deciso di fare un passo indietro. Dopo l’addio di Verlyn Flieger (avvenuto con il volume 20), è ora David Bratman ad annunciare il suo ritiro dalla co-direzione di Tolkien Studies: An Annual Scholarly Review, la prestigiosa rivista accademica pubblicata dalla West Virginia University Press. L’annuncio, arrivato attraverso il suo blog con una citazione che richiama l’addio di Bilbo Baggins alla Contea («Desidero fare un ANNUNCIO!»), segna la fine di un’epoca per una delle testate più autorevoli dedicate all’opera del Professore di Oxford.